Beatrice ha 17 anni e studia. Quando le chiediamo di descrivere l’alcol in tre parole, ci riflette un attimo — un falso amico. Non è una risposta costruita, è una percezione quasi istintiva. Qualcosa che ha già elaborato, forse senza accorgersene.
Simone di anni ne ha 30 ed è un giardiniere. La sua risposta parte dallo stesso posto — il divertimento, la socialità — ma poi vira: piano piano è diventato da evitare. Non è una confessione, è una presa d’atto. Tranquilla, quasi ordinata. Come chi ha già fatto i conti con qualcosa e adesso può raccontarlo.
Quello che colpisce, guardando insieme queste due risposte, è che arrivano alla stessa conclusione percorrendo strade molto diverse. Beatrice dall’esterno, con la chiarezza di chi osserva. Simone dall’interno, con la consapevolezza di chi l’ha attraversato.
C’è un dettaglio che vale la pena fermarsi a leggere: alla domanda ci si può divertire senza alcol?, Beatrice risponde sì, si deve. Non una possibilità — quasi un diritto che si rivendica. Simone risponde sì, secco. Come chi non ha più bisogno di argomentarlo.
Due voci che non si conoscono, che non si erano mai parlate. Eppure su questo, sono d’accordo. Senza alcol ci si può divertire.
