Fabio ha 57 anni, è un architetto ed è ospite alla comunità terapeutica Cascina Nuova di Roletto. Nell’intervista racconta dello spazio che ha preso l’alcol nella sua vita, inghiottendo tutto ciò che lo circondava, ma racconta anche il suo desiderio di sapersi condividere con gli altri in maniera autentica.
Alberto ha 16 anni, è un ciclista e sta studiando per diventare perito chimico. Racconta la sua passione per lo sport e del piacere di vivere le amicizie e i contatti sociali. Dalle sue parole emerge la voglia di un divertimento che non includa necessariamente l’alcol, ma anche le reali conseguenze che un uso spropositato di quest’ultimo comporta.
Due modi di vivere e nominare l’alcol, che riflettono esperienze e consapevolezze lontane tra loro. Da un lato le loro parole richiamano il piacere, la socialità, il divertimento; dall’altro lato emerge un racconto che porta con sé sfumature più complesse, fatte di bisogno, fatica e ambivalenza.
È proprio nel confronto tra questi due sguardi che emerge uno scarto significativo: ciò che per qualcuno è leggerezza, per qualcun altro può diventare rifugio, e al tempo stesso, gabbia. C’è un confine sottile, posto davanti a divertimento e alcol, superato il quale tutto si trasforma nel suo opposto, e così il divertimento diventa rischio.
L’alcol, inizialmente vissuto come mezzo per sentirsi parte di qualcosa o per colmare un vuoto, finisce per amplificare proprio quella distanza dagli altri e da sé stessi. Il rischio non è solo perdere il controllo, ma ritrovarsi sempre più isolati, intrappolati in un bisogno che allontana invece di avvicinare.
Riconoscere questo confine è fondamentale: chiedere aiuto e intraprendere un percorso significa iniziare a trasformare la solitudine in possibilità di relazione e cura.

